Maricler meets Giordano Poloni

Quando un illustratore arriva a essere conosciuto succedono due cose.

Realizzare illustrazioni diventa l’unico lavoro che fa, e non uno tra i tanti.

Può permettersi di guardare indietro, alzare la testa, e capire cosa ha funzionato e cosa no.

Giordano Poloni, 39 anni, nato a Romano di Lombardia, in provincia di Bergamo, si trova a questo punto del percorso, e così abbiamo pensato di chiedergli qualcosa che fosse utile a tutti voi: a chi ama il mondo delle illustrazioni, e a chi si sta affacciando come professionista.

Il percorso di un illustratore

Cominciamo dalle origini: cosa hai studiato?

L’illustrazione all’inizio per me era solo una passione: leggevo fumetti dai tratti incredibili come quelli di Lorenzo Mattotti, manon pensavo di realizzarli.

Quando ho scelto cosa studiare, infatti ho intrapreso una strada diversa: nel 2001 mi sono iscritto a Scienze e tecnologia delle arti e dello spettacolo (lo STArS) a Brescia, per studiare cinema.

Mi sono laureato, e ho cominciato subito a lavorare per alcune case di produzione: mi occupavo di clip musicali, di montaggio, lavorando come compositor e animatore.

 

Quando è arrivata l’illustrazione?

Direi con l’ostinazione, e con grandi ispiratori, tra cui Alessandro Gottardo ed Emiliano Ponzi.

Mentre lavoravo per le case di produzione, qualcuno ha avuto la bellissima idea di regalarmi una tavoletta grafica: ho cominciato a muovere i primi passi lì, e ho pensato che mi sarebbe piaciuto trasformarlo in un lavoro.

All’inizio la mia motivazione era una sola: volevo realizzare copertine dei libri. Sono sempre stato un grande lettore, e ho cominciato disegnando con la speranza che qualcuno le avrebbe apprezzate.

Ho realizzato 15 illustrazioni, aperto un profilo Flickr, e ho cominciato a spedire i miei lavori.

 

È stato facile trovare dei contatti interessanti?

Diciamo che internet mi ha dato una grande mano, anche se trovare indirizzi email personali non è semplicissimo. Dal web ho trovato indirizzi di Art Director a cui mi sono proposto, e altri di case editrici. 

Qualcuno ha cominciato a rispondermi, ma è a una persona che devo dire grazie (di tantissime cose): Francesca Leoneschi, AD di World of Dot, uno studio grafico di Milano specializzato in grafica editoriale, illustrazione e tipografia. È stata la prima persona a credere in me e a commissionarmi i primi lavori.

 

Da lì è stato tutto in discesa?

Uhm, diciamo che da lì ha cominciato a smuoversi il passaparola, e per un po’ ho continuato a fare entrambi i lavori.

Il passo successivo è stato trovare un agente all’estero che potesse rappresentarmi: sembra paradossale, ma è più facile lavorare in Italia se hai già lavorato all’estero. Ho quindi trovato un agente in Inghilterra, con cui lavoro tutt’ora.

Ti spiego una cosa: le agenzie chiedono un’esclusiva sui territori, ed è il motivo per il quale ora ho anche una seconda agenzia francese che copre Canada e Francia.

 

Consiglieresti la ricerca di un agente per chi vuole fare l’illustratore?

Non esiste una risposta semplice: da una parte le agenzie, soprattutto all’estero, hanno costi di commissione importanti, arrivando anche al 35%. Dall’altra l’agenzia ti permette di concentrarti solo sul tuo lavoro, perché si prende carico di tutta l’altra parte: promozione, marketing, contrattualistica, dialogo con i clienti, fatture, brief, pagamenti.

In alcuni paesi, come ad esempio quelli francesi, è molto difficile lavorare se non conosci la lingua: in questo l’agente è fondamentale.

Ma ci sono persone che lavorano benissimo anche senza: quindi ti direi che con me funziona. 

“Mamma, faccio l’illustratore”: quali sono state le reazioni intorno a te quando hai comunicato cosa volevi fare? 

Devo dire: di grande serenità. È vero che vengo da un piccolo paese e da un contesto di cultura mainstream, ma ho avuto due grandi fortune.

La prima è che già il mio primo lavoro era considerato estroso, quindi quando ho fatto il salto si erano tutti già un po’ addomesticati all’idea. L’illustrazione, poi, soprattutto quella delle copertine, è qualcosa di molto visibile: le persone capiscono cosa fai, perché lo vedono anche in libreria.

 

“Il secondo elemento a favore è stato il periodo storico: negli ultimi anni il mondo dell’illustrazione è diventato molto più visibile, mentre 10 anni fa, almeno in Italia, era un mondo sommerso.”

 

Una cultura che fa il suo giro, mi viene da pensare

Eh sì: è buffo perché in America, in Francia, e nel mondo anglosassone l’illustrazione ha attecchito molto prima anche perché era usata a livello commerciale. Anche in Italia ora è normale, ma lo era anche nel ‘900: pensiamo alla Campari.

Poi c’è stato una sorta di buco nero, per poi tornare a usare l’illustrazione per creare dei prodotti pubblicitari, anche qui da noi, forse perché vediamo che all’estero va di moda ma ignorando che siamo stati tra i capostipiti.

C’è stato un momento in cui hai fatto il salto? Se sì, qual è stato? C’è stato un incontro, un evento o una persona che ha avuto un impatto fondamentale sul tuo percorso?

Questa domanda non ha una risposta semplice: ti capita di fare un lavoro che sembra eclatante e che ha grande visibilità, e di lavorare poco dopo, e di fare lavori più piccoli che però promuovono molto il passaparola.

Visibilità, insomma, non vuol dire rilancio lavorativo: per me ha funzionato di più lavorare in maniera meno visibile ma con costanza, e soprattutto in ambiti dove le mie illustrazioni sono state viste dagli addetti ai lavori, come le copertine dei libri.

 

Oh bene, volevo parlare proprio di quelle: mi racconti che tipo di lavoro c’è dietro le copertine dei libri?

Dipende dal progetto: a volte leggo il Pdf del libro e da lì ho carta bianca. In altre occasioni sono gli editori che mi forniscono un highlight o una scena che vorrebbero vedere rappresentata.
Il tipo di lavoro è diverso a seconda delle case editrici: Einaudi ha una gabbia grafica molto distintiva, altre case editrici meno, ma a me piace lavorare anche con dei limiti.

Una delle cose belle di questo lavoro è che le copertine finiscono sempre in mano all’autore, e capita di ricevere apprezzamenti da autori che leggi e ami moltissimo.

 

Arriviamo al tuo stile: io vedo delle illustrazioni e reagisco di pancia: mi piace, non mi piace. Soprattutto: ci sono elementi in cui mi riconosco, o meno. Tu hai un mondo, un universo di riferimento per il tuo lavoro?

Ogni volta che realizzo un’illustrazione, cerco di trasmettere qualcosa che abbia una ricerca narrativa: spero che chi la guardi immagini un prima o un dopo, che si chieda cosa succede.

Il mio è uno stile che sintetizza il realismo, una somma di influenze artistiche, di piaceri miei emozionali: ci sono le atmosfere di Hopper, e la scelta di trasmettere una storia in una singola immagine attraverso l’inquadratura, o gli elementi all’interno.

 

Dalle tavole alla pratica: sei un illustratore freelance. È facile per te gestirti?

Di sicuro ho imparato a farlo: all’inizio lavoravo di notte e in casa, poi ho preso una scrivania in uno studio di amici e lavoro in orari compatibili con le esigenze dei miei clienti.

Mi pesa ogni tanto il tipo di lavoro: quello dell’illustratore è solitario.

Ma mi sento molto tranquillo, perché di base sento di avere un buon equilibrio tra vita e lavoro: quando vedo qualcuno che in vacanza posta foto di disegni, ecco, io non sono quella persona lì. La vacanza per me è vacanza, e il mio lavoro è una passione, ma rimane pur sempre un lavoro, anche perché è normale fare 4 o 5 lavori alla volta.

Mi rilasso, e so che sembra paradossale, facendo corsi di disegno, anche su cose su cui non lavoro tipo il chiaro e scuro a matita. Ma mi diverto, aggiornandomi.

 

Nel mondo degli illustratori c’è cooperazione?

Sì quando capita di fare lavori congiunti con figure diverse, ad esempio nell’illustrazione animata: lì lavoro con animatori e la collaborazione è inevitabile.

Se lavori però con un tuo stile, è più facile fare un lavoro a quattro mani invece che due con altri illustratori. Mi capita di fare nomi di altri illustratori e di consigliarli agli altri: sono persone che stimo, come Loris d’Alessandria e Marianna Tomaselli.

 

Che consiglio daresti a un giovane che vuole provare a fare l’illustratore?

Ecco, io consiglierei di essere realistici: il lavoro di illustratore è un lavoro bellissimo, ma come ogni lavoro capita di fare attività meno interessanti. Quindi: entrateci coi piedi di piombo.

Ci sono i lavori più gratificanti, e altri che ti permettono di pagare le bollette: come in tutte le cose, ci sono i risvolti dolci e amari.

Mariachiara Montera lavora come Content Marketing Manager e Creator nei settori food e turismo. 
È host di Lingua, il podcast su cibo e relazioni per Storytel
Ha creato TravelWithGusto, il primo progetto italiano di guide per chi viaggia per cibo
Ha scritto due libri sull’essere freelance e sull’event marketing.
Nata a Salerno, ha vissuto a Bologna, Milano e ora ha casa a Torino.

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