Zandegù meets Maniaco d’Amore

Ho incontrato Pietro Tenuta, in arte Maniaco d’Amore, in una fredda giornata di novembre, da Zandegù. Pietro ha 25 anni, è di Torino ed è grafico e illustratore.

Pietro trova romantica la metropolitana, ha un amore smodato per i bugiardini dei medicinali, tantissimi tatuaggi (alcuni che rappresentano la mamma e la sorella), una chioma di capelli lunghissimi e due occhi azzurri e penetranti. È giovane e appassionato e molto pragmatico.

Lo conoscevo già, solo di fama, perché l’avevo intercettato su Instagram, dove ha un seguito fortissimo. Sul suo profilo @maniacodamore  posta immagini “romantiche e carnali” come le definisce lui. Partiamo proprio da Instagram.

Tu hai molto successo online: come te la vivi?

Sì, è vero. Però non mi sento pieno di me, anzi quando le persone online apprezzano i miei lavori mi stupisco, mi sembra una cosa nuova. Tutti i complimenti che ricevo li apprezzo.

A volte però penso che ci sia una visione sbagliata dei social da parte dei giovani, come potevo averla io stesso 3 anni fa. [Pietro intende che se hai tanti follower, le persone dall’esterno pensano che tu sia quasi una rockstar N.d.A.] Le persone ti chiedono tanto, fanno affidamento su di te, ti scrivono. Io però sono esattamente come loro, anche io ho le mie paure e insicurezze in questo campo. Quando sei su Instagram, è bene ricordarsi che i follower sono come i soldi del Monopoli. È il messaggio che dai agli altri che conta, il valore aggiunto che porti alle persone attraverso le tue foto, o le tue opere.

Quando hai iniziato a disegnare?

Fin da quando ricordo. Mia mamma disegnava, per me e mia sorella, i libri della Disney, come La Bella e la Bestia. Erano bellissimi, sembravano stampati. È uno dei miei primi ricordi ed è stato un ottimo imprinting.

E poi?

Ho studiato all’Albe Steiner di Torino come grafico pubblicitario e fin da ragazzino quel mondo mi piaceva davvero. Alle medie sono venuti a presentarci la scuola e io ho pensato: “Cavolo, io voglio fare quel lavoro lì”. La grafica è il mio lavoro tuttora, l’illustrazione è arrivata dopo.

 

Beh, avevi già le idee chiarissime fin da giovane!

In realtà, da molto piccolo volevo fare il barista, perché si interfaccia con tante persone. Quando ero bambino andavo in un bar dove c’era questo signore che mi faceva dei giochi di magia e io lo adoravo, adoravo quella confidenza, quel mondo. Io dal vivo sono timido, sono un diesel, faccio fatica quando sono in mezzo a un gruppo. Mi dicono: “Sei muto, non parli?”.

I social sono diventati un po’ il mio bar, la mia finestra sul mondo, dove posso parlare liberamente.

 

Dopo l’Albe Steiner, invece?

Ho lavorato coi bimbi per 4 anni, due anni mentre ero ancora a scuola, lo facevo come volontario. E 2 in un centro sportivo, come animatore.

Poi ho iniziato, un po’ per caso, grazie a un’ex compagna di scuola, a lavorare in agenzia e nel frattempo ho cominciato anche il mio apprendistato come tatuatore in uno studio molto famoso di Torino. Oggi l’esperienza nello studio di tatuaggi è terminata, ma in ogni lavoro che faccio cerco di portare qualcosa di me, i miei libri, le mie idee.

Perché amore e natura sono tematiche per me fondamentali. Mi piace l’anatomia e le cose che non si vedono sempre, quelle che bisogna fermarsi un secondo a riflettere, per capirle. Per non esprimere giudizi a caldo.

Cosa ti piace del tatuaggio?

Del tatuaggio mi piace il dolore e il fatto che posso essere il mio album da disegno preferito. E mi ci trovo bene, mi piace vederli, mi piace portare qualcosa con me per sempre.

Ma veniamo all’illustrazione. Mi parli di Maniaco d’Amore?

Maniaco d’Amore, come profilo su Instagram, nasce nel 2017.

Prima, avevo il mio profilo con sopra disegni e foto. Avevo anche delle pagine Facebook con i miei disegni, ma tutte con nomi diversi: Pit, Porno Romantic, Vagabondo Sognatore. Tanta confusione. Poi, parlando con Marta Pavia (nota in rete come @zuccaviolina), mi ha suggerito di avere un nome univoco su tutti i canali. E nello stesso periodo ho pensato di iniziare a seguire una linea stilistica precisa per i disegni che pubblicavo online.

Il nome nasce da una storia incredibile, che risale al 2016. Ero a San Salvario un po’ brillo e mi sono appoggiato a questo portone. Ho alzato gli occhi e ho visto un campanello che diceva “Maniaci / D’Amore”.

Cercavo proprio un nome che rappresentasse sì l’amore, ma anche il fatto che, quando diventa eccessivo, porta alla maniacalità. Maniaco d’Amore rappresenta la dualità dei miei soggetti, romantici e un po’ carnali. Quando cercavo quindi un nome per il profilo, mi è tornata in mente questa storia e mi pareva perfetta.

Instagram: l’approccio col quale lo coltivi è di tipo lavorativo o spontaneo?

Sempre più lavorativo, perché DeAgostini mi ha chiamato per un libro, ho illustrato un libro per sei poetesse, poi magari mi chiamano per un’illustrazione su commissione per una rivista…

Non sempre riesco a stare sul pezzo. Certi mesi non ho pubblicato per settimane perché non lo sentivo e non volevo pubblicare un post a caso, come se fosse un obbligo.

Oggi invece cerco di postare almeno un’illustrazione a settimana, in modo più organizzato.

Prima mi hai detto che sei molto timido. Come mai allora tutto questo sesso nei disegni?

Perché amore e natura sono tematiche per me fondamentali. Mi piace l’anatomia e le cose che non si vedono sempre, quelle che bisogna fermarsi un secondo a riflettere, per capirle. Per non esprimere giudizi a caldo.

In generale, cerco sempre oggetti e suggestioni nuove da inserire nei miei disegni. E trovo che gli oggetti di uso quotidiano mi diano più idee. Tra l’altro, con soggetti del genere, le persone si relazionano meglio, si riconoscono. Ci sono immagini dalle quali non riesco a separarmi e così nascono i miei disegni.

Cosa vorresti che le persone provassero guardando le tue opere?

Vorrei che le persone si tranquillizzassero, che è lo stato mentale in cui sono quando disegno.

Il tuo stile è cambiato negli anni?

Un sacco! Prima disegnavo solo in bianco e nero. Disegnavo come un tatuatore, con linee e puntini. I soggetti invece erano simili a quelli di oggi: fiori, profili di donne, balene. Poi un giorno è uscita quest’illustrazione con del rosa e dell’azzurro, dei colori che mi ricordano i fiocchi delle nascite dei bimbi. Oggi uso quei due colori e la matita (digitale).

Il digitale mi piace perché offre tante possibilità, posso correggere subito gli errori. Posso vedere la forma del disegno e poi sporcarlo piano piano.

Pietro, dai un consiglio a chi inizia a fare il grafico/illustratore?

Fai. Fai. E stringi tante mani. Conosci gente, entra in contatto con chi ha la tua stessa visione.

Nei tuoi sogni più folli cosa vorresti fare?

Fare un libro, anche se non so ancora bene cosa. Mi piacerebbe illustrare storie brevi, o magari i racconti della buonanotte per i bambini. O qualcosa legato all’amore. L’altro giorno ho avuto un’idea. Stavo per farmi un panino col pane in cassetta. Ho tastato il fondo del sacchetto ed era rimasto solo il “culo”. E nessuno lo vuole di solito. Nella mia testa, il sacchetto è una relazione. Invece le due estremità sono due amanti. E le fette in mezzo sono i problemi che li separano. Ma i due antipodi sono destinati a incontrarsi. Affette d’amore.

Ciao, sono Marianna, sono molto miope, faccio tantissime battute (spesso sotto forma di metafore incomprensibili ai più) e sono la titolare di Zandegù.

Ho uno spirito da stand-up comedian nascosto sotto la scorza di un panzer. Con me si lavora duro, si ottengono risultati concreti, ma sempre col sorriso.

Mi occupo di creare strategie di content marketing per aziende e freelance e insegno comunicazione.

Ho lavorato con: CRT Master dei talenti, IED Torino, Camera di Commercio di Torino, Trentino Social Tank, Impac Hub Trento, Weekhand, Weekendoit, Comò Lab.

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Davide Bonazzi ci racconta il Calendario 2021 per Internazionale

Davide Bonazzi illustratore freelance nato e cresciuto a Bologna ha studiato allo IED di Milano e all’Accademia di Belle arti di Bologna. Il suo stile gioca con la sintesi di temi complessi, dando all’immagine una forte connotazione narrativa. Il suo lavoro unisce ricerca digitale e analogica ed è stato riconosciuto dalla Society of Illustrators di New York, American Illustration, Bologna Children’s Book Fair, ha lavorato per The New York Times, The Wall Street Journal, UNESCO, Wired e tantissimi altri.

 

Come hai passato capodanno e che cosa rappresenta per te la fine di un anno e l’inizio di uno nuovo?

L’ho passato in casa con la mia compagna, tra brindisi e video chiacchiere con i nostri amici. È stato un capodanno diverso dagli altri. La fine dell’anno per me è sempre tempo di bilanci e rappresenta un capitolo che si chiude, mentre vivo il nuovo anno come un libro ancora tutto da scrivere. Faccio molti buoni propositi, che poi tendo a ridimensionare intorno al 15 gennaio…

Gennaio 2021 coincideva con il lancio del tuo calendario per Internazionale, rivista con la quale collabori ormai in pianta abbastanza stabile da tempo, com’è partita l’idea e quanto lavoro ti ha richiesto realizzare non una ma ben 12 tavole?

 La proposta è arrivata dal direttore Giovanni De Mauro intorno ai primi di settembre dell’anno scorso, ne sono stato molto felice. Mi è stata data praticamente carta bianca sui soggetti e ho avuto modo di sbizzarrirmi in fase di bozzetti. Questo potrebbe far pensare che sia stato un lavoro di assoluto relax, e invece… Quando ho ampi margini di libertà finisco per complicarmi la vita da solo fra decine di variazioni, prove colore, modifiche di piccoli dettagli. Così quella che sembrava una tranquilla passeggiata in collina si trasforma in una scalata del K2 a mani nude! Scherzi a parte, è un progetto che ho sentito “mio” fin da subito e che ho cercato di curare nei minimi dettagli.

Che tipo di approccio hai avuto ad un calendario che negli anni scorsi è stato disegnato da mostri sacri del disegno italiano come Mattotti, Matticchio, Zerocalcare, Shout? Avevi qualche timore o al contrario eri stimolato al massimo?

 

Entrambe le cose! Sono un grande fan del calendario di Internazionale, credo di avere conservato tutte le annate a partire da quella di Shout del 2013. Il mio approccio è stato innanzitutto quello di creare qualcosa di divertente e piacevole, e per fare questo ho cercato di divertirmi io stesso, lasciandomi andare senza pensare troppo a quello che avevano fatto i miei illustri predecessori. Anche se in alcuni momenti il loro esempio è stato prezioso per non perdere il senso di quello che stavo facendo.

I dodici i mesi del calendario

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davide-bonazzi-poster-fine-art-print-stampa-home-illustrazione-illustration-gift-casa-regalo-agosto-august-internazionale-palazzo-paace-ghiacciolo-icicle-estate-summer
davide-bonazzi-poster-fine-art-print-stampa-home-illustrazione-illustration-gift-casa-regalo-giugno-june-internazionale-libro-book-cielo-sky-volare-flying
davide-bonazzi-poster-fine-art-print-stampa-home-illustrazione-illustration-gift-casa-regalo-maggio-may-internazionale-bucato-laundry
davide-bonazzi-poster-fine-art-print-stampa-home-illustrazione-illustration-gift-casa-regalo-aprile-april-internazionale-foglia-leaf-canoa-canoe
davide-bonazzi-poster-fine-art-print-stampa-home-illustrazione-illustration-gift-casa-regalo-marzo-march-internazionale-primavera-spring-caterpillar-bruco-farfalla-butterfly
davide-bonazzi-poster-fine-art-print-stampa-home-illustrazione-illustration-gift-casa-regalo-febbraio-february-internazionale-cupido-cupid-love-amore
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Ognuna delle 12 tavole rispecchia l’anima del mese che sta raccontando, qual è stata la più facile/immediata da realizzare e quale la più “difficile”?

La più spontanea è stata probabilmente quella di marzo. Trovo che si adatti bene anche al particolare momento storico che stiamo vivendo, dopo tanti mesi di limitazioni mi è venuto istintivo pensare a un bruco che dal chiuso della sua cameretta non vede l’ora di trasformarsi in farfalla e volare via.

L’ideazione delle immagini autunnali è stata più impegnativa, sebbene io ami questa stagione. Il rischio era di creare qualcosa di troppo malinconico, poco in linea con lo spirito delle altre tavole.

Che effetto fa sapere che per tutto l’anno tantissime persone gireranno la pagina del tuo calendario appeso in cucina? Ogni 1° del mese sarà una sorta di inaugurazione?

 

Fa uno strano effetto sapere che questo oggetto può entrare in una sfera molto privata delle persone come le pareti di casa, o magari negli studi e negli uffici di colleghi e clienti. Questa è stata una cosa che ho dovuto tenere presente fin dall’inizio della lavorazione e che ha influenzato inevitabilmente il mio approccio al progetto: volevo che ognuna di queste immagini non venisse a noia e mantenesse una certa freschezza se tenuta bene in vista per quattro settimane consecutive. Così ho lavorato sull’ironia e sulla leggerezza dei soggetti, con qualche twist concettuale per rendere le immagini più inaspettate. Riguardo ai colori, inizialmente pensavo di applicare una palette limitata e ricorsiva, come avrei fatto con le tavole di un libro illustrato, ma poi ho deciso per la soluzione opposta, cioè assegnare a ogni illustrazione un colore distintivo. Questo per spezzare la continuitàà fra i vari mesi dell’anno, enfatizzando il senso di cambiamento da un mese all’altro e mantenendo l’effetto sorpresa quando si volta pagina. Ne approfitto per ringraziare le tantissime persone che mi hanno sommerso di commenti entusiasti! Sembra che ognuno si identifichi con il soggetto del proprio mese preferito e questo mi fa un gran piacere.

Il tuo mese preferito?

Dicembre! Amo le luci natalizie in città e non potevo non rendere loro omaggio nella tavola conclusiva.

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Brillo Magazine meets Scombinanto

Questa che state per leggere è l’inizio di una nuova e freschissima collaborazione che vede coinvolti Illustation.it e Brillo Magazine . Brillo è una realtà nata nella primavera del 2020 e si propone come uno sguardo nuovo ed innovativo al mondo dell’illustrazione italiana ed europea. Insieme collaboreremo nel trovare nuovi talenti, nell’aprire strade inesplorate e come in questo caso, nel conoscere più da vicino i veri protagonisti dei nostri mondi: gli illustratori!  

Oggi il team di Brillo ha incontrato Antonio Colomboni, alias SCOMBINANTO, il quale ha realizzato  la copertina del secondo numero del magazine (che trovate scaricabile gratuitamente QUI). 

 

Antonio Colomboni è direttore artistico nel campo della comunicazione visiva.Marchigiano doc e Milanese d’adozione, non ha mai rinunciato a formare il suo stile vivendo in Olanda, Spagna, Africa e America:la passione per il disegno a mano libera lo porta ad esprimersi attraverso progetti che parlano di contemporaneità. Attinge costantemente dal quotidiano per interpretare le dinamiche reali di vita e di sviluppo sociale interpretandole in chiave pop.

Iniziamo dal principio. Come hai iniziato a disegnare?

Ho iniziato a disegnare fin da subito, non ho ricordo della prima volta, mi
raccontano i miei familiari che fin da subito mi bastavano dei colori e dei fogli
di carta per farmi stare ore e ore a disegnare.
Dai primi disegni emulando i cartoni Disney sono passato a realizzare fumetti
handmade a iniziare scuola d’arte dove ho approfondito le varie tecniche.

Ci sono degli artisti contemporanei che ti piacciono particolarmente?

Si, i miei colleghi contemporanei mi piacciono tutti.
Come artisti sono molto attratto da tutto il filone del surrealismo, con una
passione smisurata per David Hockney: adoro il suo modo di usare i colori e
l’amore per la natura.

Come superi i tuoi blocchi creativi? se ne hai mai avuto uno 😉

Si, molto spesso ho dei blocchi creativi, li supero spegnendo tutto:
abbandonando tutto quello che sto facendo e cercando di fare altro.
Esco a fare una passeggiata, mi perdo nelle librerie ed edicole, mi siedo in un
bar ordino un caffè e mi metto ad osservare la gente che passa.
Se sto in casa invece mi immergo in un bel film o in un bel libro.

In tanti sono curiosissimi di sapere.. come sei riuscito a diventare un
illustratore di successo?

Non mi definisco un illustratore di successo, ho ancora tanta strada da fare e
tanti bei progetti mi aspettano, si spera, dietro l’angolo.
Di sicuro il consiglio che do sempre a tutti i giovani che vogliono
intraprendere questo mestiere è quello di non mollare mai, cercare di portare
avanti la passione in parallelo a quello che si fa per mantenersi e
sperimentare il più possibile, secondo me questa è la formula.
Vengo da un paese nelle Marche dove nessuno poteva pensare che ci si
potesse mantenere disegnando, in molti mi dissuadevano nel farlo e
sicuramente se avessi intrapreso altri studi e altre carriere avrei anche avuto
un futuro più sicuro e con più reddito, ma vuoi mettere ad arrivare al punto in
cui il tuo lavoro non ti pesa perché si mescola con le tue passioni? Non ha
prezzo!

Per chiudere, mi aiuteresti a finire questa frase? “Brillo quando…”

Brillo quando mi viene l’idea giusta per un nuovo artwork, sento una strana
energia ed il mio corpo è come se emanasse un’energia carica di good
vibes.

 

Maricler meets Giordano Poloni

Quando un illustratore arriva a essere conosciuto succedono due cose.

Realizzare illustrazioni diventa l’unico lavoro che fa, e non uno tra i tanti.

Può permettersi di guardare indietro, alzare la testa, e capire cosa ha funzionato e cosa no.

Giordano Poloni, 39 anni, nato a Romano di Lombardia, in provincia di Bergamo, si trova a questo punto del percorso, e così abbiamo pensato di chiedergli qualcosa che fosse utile a tutti voi: a chi ama il mondo delle illustrazioni, e a chi si sta affacciando come professionista.

Il percorso di un illustratore

Cominciamo dalle origini: cosa hai studiato?

L’illustrazione all’inizio per me era solo una passione: leggevo fumetti dai tratti incredibili come quelli di Lorenzo Mattotti, manon pensavo di realizzarli.

Quando ho scelto cosa studiare, infatti ho intrapreso una strada diversa: nel 2001 mi sono iscritto a Scienze e tecnologia delle arti e dello spettacolo (lo STArS) a Brescia, per studiare cinema.

Mi sono laureato, e ho cominciato subito a lavorare per alcune case di produzione: mi occupavo di clip musicali, di montaggio, lavorando come compositor e animatore.

Quando è arrivata l’illustrazione?

Direi con l’ostinazione, e con grandi ispiratori, tra cui Alessandro Gottardo ed Emiliano Ponzi.

Mentre lavoravo per le case di produzione, qualcuno ha avuto la bellissima idea di regalarmi una tavoletta grafica: ho cominciato a muovere i primi passi lì, e ho pensato che mi sarebbe piaciuto trasformarlo in un lavoro.

All’inizio la mia motivazione era una sola: volevo realizzare copertine dei libri. Sono sempre stato un grande lettore, e ho cominciato disegnando con la speranza che qualcuno le avrebbe apprezzate.

Ho realizzato 15 illustrazioni, aperto un profilo Flickr, e ho cominciato a spedire i miei lavori.

È stato facile trovare dei contatti interessanti?

Diciamo che internet mi ha dato una grande mano, anche se trovare indirizzi email personali non è semplicissimo. Dal web ho trovato indirizzi di Art Director a cui mi sono proposto, e altri di case editrici. 

Qualcuno ha cominciato a rispondermi, ma è a una persona che devo dire grazie (di tantissime cose): Francesca Leoneschi, AD di World of Dot, uno studio grafico di Milano specializzato in grafica editoriale, illustrazione e tipografia. È stata la prima persona a credere in me e a commissionarmi i primi lavori.

Da lì è stato tutto in discesa?

Uhm, diciamo che da lì ha cominciato a smuoversi il passaparola, e per un po’ ho continuato a fare entrambi i lavori.

Il passo successivo è stato trovare un agente all’estero che potesse rappresentarmi: sembra paradossale, ma è più facile lavorare in Italia se hai già lavorato all’estero. Ho quindi trovato un agente in Inghilterra, con cui lavoro tutt’ora.

Ti spiego una cosa: le agenzie chiedono un’esclusiva sui territori, ed è il motivo per il quale ora ho anche una seconda agenzia francese che copre Canada e Francia.

Consiglieresti la ricerca di un agente per chi vuole fare l’illustratore?

Non esiste una risposta semplice: da una parte le agenzie, soprattutto all’estero, hanno costi di commissione importanti, arrivando anche al 35%. Dall’altra l’agenzia ti permette di concentrarti solo sul tuo lavoro, perché si prende carico di tutta l’altra parte: promozione, marketing, contrattualistica, dialogo con i clienti, fatture, brief, pagamenti.

In alcuni paesi, come ad esempio quelli francesi, è molto difficile lavorare se non conosci la lingua: in questo l’agente è fondamentale.

Ma ci sono persone che lavorano benissimo anche senza: quindi ti direi che con me funziona. 

“Mamma, faccio l’illustratore”: quali sono state le reazioni intorno a te quando hai comunicato cosa volevi fare? 

Devo dire: di grande serenità. È vero che vengo da un piccolo paese e da un contesto di cultura mainstream, ma ho avuto due grandi fortune.

La prima è che già il mio primo lavoro era considerato estroso, quindi quando ho fatto il salto si erano tutti già un po’ addomesticati all’idea. L’illustrazione, poi, soprattutto quella delle copertine, è qualcosa di molto visibile: le persone capiscono cosa fai, perché lo vedono anche in libreria.

“Il secondo elemento a favore è stato il periodo storico: negli ultimi anni il mondo dell’illustrazione è diventato molto più visibile, mentre 10 anni fa, almeno in Italia, era un mondo sommerso.”

Una cultura che fa il suo giro, mi viene da pensare

Eh sì: è buffo perché in America, in Francia, e nel mondo anglosassone l’illustrazione ha attecchito molto prima anche perché era usata a livello commerciale. Anche in Italia ora è normale, ma lo era anche nel ‘900: pensiamo alla Campari.

Poi c’è stato una sorta di buco nero, per poi tornare a usare l’illustrazione per creare dei prodotti pubblicitari, anche qui da noi, forse perché vediamo che all’estero va di moda ma ignorando che siamo stati tra i capostipiti.

C’è stato un momento in cui hai fatto il salto? Se sì, qual è stato? C’è stato un incontro, un evento o una persona che ha avuto un impatto fondamentale sul tuo percorso?

Questa domanda non ha una risposta semplice: ti capita di fare un lavoro che sembra eclatante e che ha grande visibilità, e di lavorare poco dopo, e di fare lavori più piccoli che però promuovono molto il passaparola.

Visibilità, insomma, non vuol dire rilancio lavorativo: per me ha funzionato di più lavorare in maniera meno visibile ma con costanza, e soprattutto in ambiti dove le mie illustrazioni sono state viste dagli addetti ai lavori, come le copertine dei libri.

Oh bene, volevo parlare proprio di quelle: mi racconti che tipo di lavoro c’è dietro le copertine dei libri?

Dipende dal progetto: a volte leggo il Pdf del libro e da lì ho carta bianca. In altre occasioni sono gli editori che mi forniscono un highlight o una scena che vorrebbero vedere rappresentata.
Il tipo di lavoro è diverso a seconda delle case editrici: Einaudi ha una gabbia grafica molto distintiva, altre case editrici meno, ma a me piace lavorare anche con dei limiti.

Una delle cose belle di questo lavoro è che le copertine finiscono sempre in mano all’autore, e capita di ricevere apprezzamenti da autori che leggi e ami moltissimo.

Arriviamo al tuo stile: io vedo delle illustrazioni e reagisco di pancia: mi piace, non mi piace. Soprattutto: ci sono elementi in cui mi riconosco, o meno. Tu hai un mondo, un universo di riferimento per il tuo lavoro?

Ogni volta che realizzo un’illustrazione, cerco di trasmettere qualcosa che abbia una ricerca narrativa: spero che chi la guardi immagini un prima o un dopo, che si chieda cosa succede.

Il mio è uno stile che sintetizza il realismo, una somma di influenze artistiche, di piaceri miei emozionali: ci sono le atmosfere di Hopper, e la scelta di trasmettere una storia in una singola immagine attraverso l’inquadratura, o gli elementi all’interno.

Dalle tavole alla pratica: sei un illustratore freelance. È facile per te gestirti?

Di sicuro ho imparato a farlo: all’inizio lavoravo di notte e in casa, poi ho preso una scrivania in uno studio di amici e lavoro in orari compatibili con le esigenze dei miei clienti.

Mi pesa ogni tanto il tipo di lavoro: quello dell’illustratore è solitario.

Ma mi sento molto tranquillo, perché di base sento di avere un buon equilibrio tra vita e lavoro: quando vedo qualcuno che in vacanza posta foto di disegni, ecco, io non sono quella persona lì. La vacanza per me è vacanza, e il mio lavoro è una passione, ma rimane pur sempre un lavoro, anche perché è normale fare 4 o 5 lavori alla volta.

Mi rilasso, e so che sembra paradossale, facendo corsi di disegno, anche su cose su cui non lavoro tipo il chiaro e scuro a matita. Ma mi diverto, aggiornandomi.

Nel mondo degli illustratori c’è cooperazione?

Sì quando capita di fare lavori congiunti con figure diverse, ad esempio nell’illustrazione animata: lì lavoro con animatori e la collaborazione è inevitabile.

Se lavori però con un tuo stile, è più facile fare un lavoro a quattro mani invece che due con altri illustratori. Mi capita di fare nomi di altri illustratori e di consigliarli agli altri: sono persone che stimo, come Loris d’Alessandria e Marianna Tomaselli.

Che consiglio daresti a un giovane che vuole provare a fare l’illustratore?

Ecco, io consiglierei di essere realistici: il lavoro di illustratore è un lavoro bellissimo, ma come ogni lavoro capita di fare attività meno interessanti. Quindi: entrateci coi piedi di piombo.

Ci sono i lavori più gratificanti, e altri che ti permettono di pagare le bollette: come in tutte le cose, ci sono i risvolti dolci e amari.

Mariachiara Montera lavora come Content Marketing Manager e Creator nei settori food e turismo. 
È host di Lingua, il podcast su cibo e relazioni per Storytel
Ha creato TravelWithGusto, il primo progetto italiano di guide per chi viaggia per cibo
Ha scritto due libri sull’essere freelance e sull’event marketing.
Nata a Salerno, ha vissuto a Bologna, Milano e ora ha casa a Torino.

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